La Fortezza Colonna - paliano proloco

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La Fortezza Colonna

Paliano

La Fortezza Colonna

IL FORTE


  La collina tufacea sopra cui si erge il Forte di Paliano era già munita militarmente fin dall’antichità. Un’ipotesi abbastanza sostenibile, scaturita da recenti studi e da considerazioni oggettive, vuole che essa sia stata il Capitulum Hernicorum, un fortilizio o oppidulum avanzato dei popoli ernici ridotto a colonia da Silla nel I secolo a.C. Nel 1051 sulla sommità o nei pressi della collina, detta fundus Petralata, vi sorgeva il monastero benedettino di Sant’Angelo di proprietà dell’abbazia di Subiaco, di cui si ebbero notizie fino alla fine del XIII secolo. Nel 1232, quando Paliano entrò nella giurisdizione della Santa sede come castellanìa della Chiesa, papa Gregorio IX lo fece fortificare assieme alla rocca preesistente.

 Probabili nuovi interventi si ebbero nel periodo 1501-1503, quando Paliano venne occupato dalle truppe pontificie di Alessandro VI Borgia. Nel 1543, dopo la fine della cosiddetta ‘guerra del sale’ tra i Colonna e papa Paolo III, il Forte venne fatto smantellare da Pierluigi Farnese per motivi di sicurezza. Risalgono agli anni 1554-1555 i lavori per le nuove fortificazioni di Paliano intrapresi da Marcantonio Colonna, proseguiti dai Carafa e terminati da Piero Strozzi nel 1557 – probabilmente su disegni di Sallustio Peruzzi in collaborazione con Bartolomeo De Rocchi – dopo l’occupazione della città da parte delle truppe franco-pontificie. Terminata la guerra di Campagna, la fortezza fu al centro della contesa tra Paolo IV e il re di Spagna, alleato dei Colonna, al quale interessava come sito strategico avanzato nello Stato pontificio. Tornata nelle mani dei Colonna nel 1559, fu interessata da ulteriori lavori di consolidamento, restauro e ampliamento tra il 1560 e il 1565, sotto la direzione di Faustino Da Camerino.

 Protagonista e uno dei vincitori di Lepanto (1571) Marcantonio Colonna volle far affrescare nelle sue stanze all’interno del Forte la rappresentazione del suo trionfale ritorno a Roma dopo la battaglia, con i momenti più salienti della sua azione politica, diplomatica e militare quali gli accordi con Venezia, l’investitura papale e lo scontro navale con i turchi. Secondo recentissime indagini, effettuate da Fausto Nicolai dell’Università della Tuscia, i dipinti furono eseguiti tra il 1575 e il 1577 dal pittore-architetto senese Tiburzio Spannocchi, coadiuvato da Paolo Veneziano di Tagliacozzo.

  Nel 1796, con la campagna d’Italia e la successiva invasione francese degli Stati della Chiesa, Paliano venne stretta d’assedio il 30 giugno 1799 e dopo breve resistenza, capitolò il 3 luglio. In quell’occasione il Forte venne in parte demolito e depredato di tutti i suoi cimeli, armi e armature antiche. Il 4 gennaio 1844 il principe Aspreno Colonna lo cedette alla Santa sede la quale, dopo opportuni lavori di adattamento e ristrutturazione, lo adibì a bagno penale e carcere duro per gli oppositori politici, e dopo il 1861 fece costruire una nuova caserma per le truppe di presidio. Questo edificio, che dal 1870 ospitò anche distaccamenti dell’esercito italiano, cessò la sua destinazione d’uso nel 1928 per essere trasformato in scuola elementare dal 1932. Tra il giugno 1852 e l’aprile 1860 Paliano era una delle diciotto piazze della circoscrizione militare territoriale ed era annoverata tra le cinque fortezze di 3a  classe nell’organizzazione dell’esercito pontificio. Anche dopo il 1870, quando passò allo Stato italiano, il Forte mantenne la sua funzione originaria e nel 1880 si contavano nelle sue carceri circa trecentocinquanta detenuti. Purtroppo le pessime condizioni igienico-sanitarie in cui si trovavano i reclusi diedero seguito al diffondersi di varie malattie, alcune anche gravi e mortali. Nel 1915 il comune di Paliano fece edificare all’interno del Forte un nuovo stabile per i detenuti condannati a pene lievi, i cosiddetti ‘mandamentali’. L’istituto cessò le sue funzioni nel 1969.

  Nella confusione generale seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943 si trovò anche il penitenziario palianese, visto che cinque giorni dopo evasero duecentoquaranta detenuti. Durante l’occupazione tedesca, nel Forte vennero rinchiusi militari sbandati, renitenti alla leva, civili e partigiani arrestati in conseguenza di attentati portati contro i tedeschi in provincia di Frosinone. Il 1° febbraio 1944, a seguito di rastrellamenti effettuati tra Castro dei Volsci e Ceprano, furono tradotti nelle carceri di Paliano ottanta civili, cinque dei quali, dopo un processo sommario, verranno fucilati il 29 aprile e il 16 maggio. Così come fu per alcuni contadini di Piglio, rastrellati il 18 marzo e fucilati per rappresaglia il 6 aprile 1944.

  A metà circa degli anni ’50 il ministero di Grazia e Giustizia, sfatando la pessima fama del carcere di Paliano nei giudizi dell’opinione pubblica, fece costruire in una sezione dell’istituto un centro sanatoriale giudiziario, detto appunto ‘sanatorio’, che sfruttando il clima mite della collina, permetteva di accogliere i detenuti affetti da tbc. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, all’apice di un periodo meglio noto come ‘gli anni di piombo’, dopo nuovi lavori di adattamento – i quali stravolsero definitivamente alcune strutture originarie dell’intero complesso architettonico – il Forte venne destinato a carcere di massima sicurezza. All’inizio vi furono rinchiusi i cosiddetti ‘pentiti’ e i ‘dissociati’ del terrorismo rosso e nero poi, terminata la fase dell’emergenza, vi furono trasferiti vari e significativi elementi della malavita organizzata e alcuni ‘collaboratori di giustizia’.

  Alla fine del 2000 il ministero della Giustizia stanziò circa 8oo miliardi di lire per un programma che prevedeva la costruzione di ventidue nuovi carceri, in cui era incluso anche Paliano. Da parte della locale amministrazione comunale venne individuata un’area a ridosso dell’A-1, ma a tutt’oggi più nessuna indicazione, da parte del ministero, è intervenuta a confermare tale ipotesi.


                                                                                  Roberto Salvatori                                                                                                                                                                                                                          

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